Abbiamo incontrato l’artista Francesco Vullo a Milano e, con una bella colazione davanti, ci siamo scambiati quattro chiacchiere su quello che è il suo lavoro, le sue ambizioni e i suoi progetti.

 

Il tuo è stato un percorso che dalla Sicilia ti ha portato a Milano, fino a frequentare lo IED con indirizzo di illustrazione. Raccontaci questo tuo viaggio.

Non sono mai stato bravo a scuola, ma il liceo classico mi ha aiutato a sviluppare concettualmente e filosoficamente quella che è oggi la mia poetica.
Quando mi sono trovato al triennio, molti dei miei compagni dello IED arrivavano dall’artistico, e io ero uno dei più scarsi.
Inizialmente credevo di essere nel posto sbagliato.
Poi una professoressa mi ha completamente aperto la mente. Un anno mi è bastato per scoprire le mie capacità e quello che volevo fare.
Riuscire a mettere insieme idee, concetti e grafica era la mia strada. Le idee valgono molto di più delle semplici skills tecniche.

Le tue opere si compongono di grafica e di tele vere e proprie. Qual è la parte che preferisci di più? La parte digitale o la parte manuale?

Assolutamente l’approccio fisico è quello che preferisco. Verniciare, dipingere e disegnare.
È più soddisfacente. Adeso sto creando una scultura, che sarà appunto la rappresentazione scultorea dell’opera “The son of the web”.
Non vedo l’ora di averla finita davanti a me!


Ti capita di non essere mai soddisfatto al 100% di un’opera? 

Spesso. Mi dico “Questo poteva venire meglio. Potevo organizzarmi meglio”.
È sempre quella contrapposizione che mi porta sempre ad una continua ricerca.
Io stesso mi impongo poi di migliorare quello in cui noto delle mancanze o dei difetti.

Quando un artista vuole creare qualcosa, capita molto spesso che realizzi qualcosa che sente proprio, ma che non va incontro ai gusti. Pensi che sia meglio seguire il pubblico, o assecondare quello che è il tuo desiderio?

Chiunque fa quello che si sente. Se tu hai qualcosa dentro di te, che non trovi all’esterno, nella società, è giusto che tu le manifesti.
Allo stesso tempo trovo molti spunti in quello che mi circonda, che mi servono però ad esprimere la mia personalità e il mio pensiero. Anche il lavoro di un altro artista può aprire un cassetto nella mia testa e tirar fuori qualcosa che fino a quel momento non esisteva.
Ci sono volte dove la tua espressione combacia con la necessità del pubblico, e altre volte dove quello che realizzi è puramente pe te stesso, per dare sfogo a te stesso.
Quando sono in giro riempio le note del telefono con appunti su idee nuove che mi vengono mentre sono in giro. Ora come ora succede anche di poter ripescare vecchi appunti, vecchie note che avevo scartato e, avendo a una conoscenza e una disponibilità economica diversa da investire, le rielaboro e ci lavoro sopra.

È inevitabile che poi l’obiettivo è vivere di questo. Capita perciò di guardare anche il mercato, capire cosa va e cosa no.

Il tuo rapporto con il pubblico, rimane una cosa intermediata dai social o riesci ad avere anche un contatto diretto con loro?

Un sacco di persone mi scrivono per farmi i complimenti o per chiedere dove possono andare a vedere i lavori. Ultimamente sono anche poco attivo sui social, sto facendo un po’ di detox a livello digitale. Mi sto focalizzando molto sulle opere che sto facendo fisicamente.

The Pink Lemonade è il tuo profilo più seguito. Com’è nato? 

Sul mio profilo personale avevo iniziato a pubblicare oltre alle mie opere anche i lavori degli artisti a cui mi ispiravo ma, la gente credeva che quei lavori fossero miei. Si complimentavano con me per il lavoro di altri che io condividevo. Per evitare questa cose che ovviamente mi danneggiava, nasce nel 2016, come profilo ispirazionale, dove pubblico materiale artistico – appartenente ad altri artisti – a cui io mi ispiro, a cui si ispira il mio lavoro. Mi piaceva l’idea di condividerli con chi mi seguiva. Pubblico ciò che mi stimola: tanti riferimenti, tante opere che vanno dall’installazione, al contemporaneo fino al lifestyle.
L’account conta 1mln di follower e, proprio grazie alla potenza di questo profilo, succede spesso che siano anche gli artisti stessi a scrivermi per essere ripubblicati.

E The Blue Lemonade?

Si tratta di un altro profilo, sempre gestito da me, dove condivido però soprattutto arte nel suo puro significato: installazione, street art, arte da fiera, che va dal classico al contemporaneo.

Dal punto di vista della storia dell’arte, a cosa fai riferimento? A cosa ti senti più vicino? 

Sono un amante dell’arte in generale. Mi piacciono i classici ma appartengo comunque al contemporaneo, all’attuale. La curatela delle pagine viene gestita molto di più dalla mia ex ragazza – che mi aiuta nella gestione delle pagine IG -, ma ci concentriamo più sul contemporaneo.

Se sui social il contenuto artistico prende prevalentemente come oggetto l’arte contemporanea, nelle tue opere l’ispirazione classica è molto presente. Botticelli, la Venere di Milo. 

Le mie influenze vengono sia di classici che dai contemporanei.
Senza la conoscenza dei classici non ci potrà mai essere innovazione.
Resto però anche dell’opinione che ad oggi è già stato inventato tutto.
Anche quello che faccio io, possono essere definiti dei “ready-made contemporanei”: prendo delle cose già esistenti e le combino con elementi che non appartengono propriamente a quel mondo. Nell’opera con il lavoro di Friedrich Il viandante sul mare di nebbia, compare il simbolo di McDonald, quindi tutto ciò che è commerciale e consumistico viene associato e combinato a qualcosa che ha completamente il significato opposto.
Il capolavoro già esisteva, ma l’elemento extra lo riporta in un contesto contemporaneo e moderno.
Il messaggio è diverso. In questo caso, per esempio, ciò che volevo comunicare è una critica verso l’inquinamento visivo.

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“Snaturare”. È molto interessante come una cosa contemporanea o classica, come la storia dell’arte, serva in realtà a muovere una critica sociale, economia, politica o culturale verso la società di oggi.

Il riferimento viene sempre preso dall’analisi della contemporaneità. Secondo me un artista deve parlare al proprio tempo e alla propria generazione. T
empo fa i lavori venivano realizzati per rappresentare la realtà, attraverso il quadro o la fotografia. Allo stesso modo quello che faccio io, serve a parlare e a commentare il mio periodo storico e la società con cui io mi trovo a contatto. Dalla censura di Instagram, dove mostrare un capezzolo significa, anche all’interno di un’opera d’arte, automaticamente “rimozione del profilo”.

Qual è il tuo obiettivo? 

Mi piacerebbe entrare a far parte di collezioni museali.
Ancora tanta strada, ho solo 24 anni.

 

Instagram account: @fra_vullo @the.pinklemonade @the.bluelemonade

 

Autore: Alessia Romano

 

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