È appena finito il 2018 ed è ora di fare un piccolo recap dell’anno passato!

Un anno non del tutto positivo per quanto riguarda il mondo del rap.
Abbiamo sì avuto tanta bella musica ma abbiamo anche perso dei grandi artisti.

È stato davvero difficile scegliere solo 5 album tra tutte le figate uscite quest’anno.

Ma non perdiamoci in chiacchiere e andiamo dritti al sodo, ecco i 5 album rap che non puoi esserti perso nel 2018:

1. KIDS SEE GHOSTS – KIDS SEE GHOSTS


Primo progetto del nuovo duo formato dai rapper americani Kanye West e Kid Cudi (mi rifiuto di stare a spiegarvi chi sono, sarebbe davvero superfluo).
Entrambi i rapper ultimamente avevano fatto parlare di se più per i loro problemi che per la loro musica.
Cudi, come sappiamo, nel 2016 ha deciso di affidarsi ad una clinica per combattere depressione e istinti suicidi, mentre Kanye, nel bel mezzo degli scandali riguardanti la sua vicinanza a Donald Trump e la sua bizzarra uscita “slavery sounds like a choice”, aveva ammesso di soffrire di disturbo bipolare all’interno di “Ye”, ultimo (e deludente a parer mio) album da solista.

KIDS SEE GHOSTS suona come una rivincita, una rinascita, il voler lasciare alle spalle i propri fantasmi attraverso la musica.

Sentire Cudi cantare “I can still feel the love”, devo essere sincero, mi ha fatto davvero effetto.

Produzioni incredibili, samples che al primo impatto fanno pensare solo una cosa:

“ok, qui qualcuno ha messo la modalità shuffle su Spotify e ha scelto le prime tracce che gli son capitate, come si può passare da “Din Daa Daa”, a “What will Santa Claus Say” nello stesso disco?!?”

Poi ti fermi un attimo e capisci che nulla è lasciato al caso.
Prendiamo come esempio “Cudi Montage”, sample preso da “Burn the rain” di Kurt Cobain.
Il fatto che si prenda una canzone di un artista morto suicida e la di usi per creare una strumentale per una traccia che sembra più un coro di incoraggiamento verso se stessi e gli altri a rimanere forti (“Stay strong”) non può di certo essere casuale.

E giù ancora un brivido lungo la schiena

Breve ma intenso, 7 tracce, 23 minuti.

Troppo poco?

Beh anche io avrei ascoltato volentieri molto di più.
Ma mi basta anche solo pensare che questo sia l’inizio di un progetto che possa riportarci i Cudi e Kanye di una volta.

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2. TRAVIS SCOTT – ASTROWORLD


Astroworld è il terzo album da solista di Travis Scott, rapper americano classe ‘92.

Un album molto vario, che vanta collaborazioni con nomi di un certo calibro: Drake, Kid Cudi, The Weekend, Frank Ocean, Pharrell, Stevie Wonder, Tame impala (anche se solo in parte) e molti altri.

Produzioni impeccabili (basterebbe leggere i nomi nei credits senza neanche ascoltare per esserne sicuri) che in gran parte si allontanano dal mondo “trap” che siamo abituati ad ascoltare oggi e si avvicinano di più alle classiche sonorità del nostro caro Kanye West (che tra l’altro è pure suo cognato).

Probabilmente, nel complesso, il miglior lavoro di Travis Scott fino ad ora.

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3. J. COLE – KOD


KOD è il quinto album di Jermaine Lamar Cole, conosciuto (purtroppo non come meriterebbe, dalle nostre parti) ai più come J.Cole.

Il filo conduttore di questo lavoro è chiaro già solo guardando la copertina, un gruppo di adolescenti intenti a consumare droghe di ogni tipo ed una scritta: “This album is in no way intended to glorify addiction”

Al contrario della miriade di collaborazioni presenti in Astroworld, in KOD non ci sono featuring, se non quello con un certo kILL edward (ossia J.Cole stesso, ma con la voce pitchata qualche tono più in basso).

Un album che suona quasi come una condanna ed un’analisi dei motivi che spingano le nuove generazioni (e non solo) all’abuso di sostanze, ad avere rapporti sempre più “virtuali” gli uni con gli altri, un flusso di pensieri che affronta tematiche delicate, senza mai cadere nel banale.

J.Cole gioca un’altra campionato, ma questo lo sappiamo già.

Potrei continuare a scrivere un milione di cose su questo album ma sono sicuro che sarebbero superflue.

Prendetevi un po’ di tempo libero, mettetevi comodi ed ascoltatelo tutto d’un fiato, non servirà dire altro.

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4. BROCKHAMPTON – IRIDESCENCE


I Brockhampton sono una boyband americana, anzi “the best boyband since One Direction” come loro stessi si deifniscono.
Un collettivo formatosi online su un forum dedicato a Kanye West, composto non solo da rapper ma anche da producer, fotografi, videomaker che hanno deciso di mollare tutto e vivere i loro sogni, una vera e propra factory artistica.

Con i primi 3 album hanno dato una scossa al mondo del rap, ignorando gli schemi classici che caratterizzato l’hip hop, rompendo ogni tipo di taboo.

Iridescence parla della vita dopo la fama e il gran successo delle precedenti uscite.
Il disco parla di come fosse più facile affrontare la vita prima della fama, sia nei momenti positivi che in quelli negativi, svela il viaggio durante la loro crescita e il loro ingresso a gamba tesa nell’industria musicale.

L’album inizia con un tono quasi aggressivo e termina con una nota più cupa, chiudendosi con una lettera aperta ai fan, quasi una confessione.

Non sarà sicuramente un lavoro del calibro dei primi tre “saturation” ma rimane comunque un’ottima conferma del loro splendido lavoro di ricerca ed innovazione.

Certo lascia un’enorme curiosità, quasi impazienza di ascoltare i prossimi lavori del collettivo americano più fresco del momento.

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5. PLAYBOI CARTI – DIE LIT

Die lit è il primo studio album di Playboi Carti, (l’ormai non più) “Soundcloud” rapper americano classe ’96.

19 tracce, quasi altrettanti featuring e collaboratori tra cui spiccano nomi come: Lil Uzi Vert, Travis Scott, Skepta, Gunna, Bryson Tiller, Chief Kheef, Young Thug, Nicky Minaj, Pi’erre Bourne

Diciamoci la verità, contenuti in un album di questo? Non pervenuti.

Beat ridotti all’essenziale, suoni distorti, che ci catapultano subito in un mondo un po’ punk, un po’ surreale, un po’ dark, un po’ tutto in realtà.

E pensare che Pi’erre Bourne è stato spesso accusato di aver poca inventiva!

Sono proprio le instrumentals in questo caso a tenere in piedi il progetto, i synth, i campioni “sporchi”, i bassi super distorti, si fondono perfettamente con il flow super catchy di Carti, con le centinaia di adlibs.

Sicuramente ha qualcosa in più di di un qualsiasi altro album di un qualsiasi altro “Soundcloud” rapper al momento.

Il disco nel complesso è un buon lavoro, se non ti piace non preoccuparti, probabilmente sei solo troppo vecchio.

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Ps. Confido sempre nella vostra capacità di leggere, d’altronde si tratta di comprensione del testo super basic, si fa alle elementari eh!
Però, siccome non voglio vedervi incazzati già i primi giorni dell’anno , lo specifico prima che possiate cominciare ad indignarvi manco foste una mamma di fronte ad una storia della “povera” Ferragni e il suo piccolo Leone:
Ovviamente questa non è da intendersi come una classifica o come una lista con i migliori album del 2018!
Dai, su, restiamo amici.

Autore: Simone Cassanmagnago

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One thought on “ I 5 album Rap che non puoi esserti perso nel 2018 ”

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