Avete presente il primo suono che abbiate mai sentito quando eravate ancora nel pancione di vostra madre?

Ve lo ricordate?

Neanche io.

Eppure si dice siano proprio quei primi rumori ad influenzare lo sviluppo del nostro cervello.

Ognuno  di  noi  passa   nove  mesi  in un ambiente già di per se ricco di suoni: il battito cardiaco, i rumori della digestione, il flusso sanguigno.
Questi fanno poi da sottofondo alle voci o alle canzoni preferite di chi vive “al di fuori”; un insieme di vibrazioni che ognuno di noi comincia ad assimilare e a cui ci si abitua con il tempo.
Ecco che la canzone che i nostri genitori ascoltavano sempre durante la gravidanza e la voce della propria mamma diventano anche “le armi” più efficaci per tranquillizzarci una volta nati.

Non c’è frase più vera del classico detto: “siamo ciò che ascoltiamo”. 

Ci sarà un motivo per cui c’è quella canzone che ti fa sempre emozionare, se il suono della pioggia che picchietta contro il vetro o  gli uccellini che cantano la mattina ti tranquillizzano e se in mezzo ai rumori di una piazza affollata c’è quel suono che, anche se lieve, rapisce all’istante la tua attenzione.

Per come la vivo io, la musica è emozione.
E’ quel suono che, in mezzo ad altri mille, ti conquista.
Va oltre la tecnica, le armonie, le parole, l’intonazione.

Ti colpisce e non sai neanche il perché.

A volte ci stupiamo di come qualcuno possa apprezzare determinati generi musicali.
Anche io sono il primo a pensare: “come può esistere una persona che possa riuscire ad ascoltare più di due tracce di Gabry Ponte una in fila all’altra?”.

Le emozioni, però, non si possono controllare, e quelle che provoca una determinata canzone sono talmente soggettive da permettere che la soddisfazione che personalmente trovo nell’ascoltare una traccia di Flume, un’altra persona cresciuta in un contesto completamente diverso la trovi in una traccia di Gigi D’Agostino.

Questa situazione si verifica anche se presa dal punto di vista di chi la musica, oltre ad ascoltarla, la crea.
Ore ed ore spese a fare pratica con uno strumento o davanti ad un pc, che sembrano passare in un attimo, come rapiti da quello schermo, da quei tasti e trasportati in un’altra dimensione; un viaggio fatto di suoni, sensazioni ed idee.

La musica diventa lo specchio della persona che la compone:  le sue emozioni, i suoi pensieri, le sue paure si intrecciano a formare un qualcosa che chiamare canzone o traccia sembra riduttivo.

Un qualcosa di molto intimo, che quasi fai fatica a far ascoltare ad altre persone poiché hai paura che non generi in loro le tue stesse sensazioni, che non riesca a far rivivere le stesse condizioni presenti al momento della nascita di quella canzone.

La musica è artefice e allo stesso tempo frutto di emozioni.

Sta a voi sapere come interpretarla e come viverla.

Autore: Simone Cassanmagnago

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