Dan Flavin non si è mai smentito. Le sue opere sono sempre state dei semplici neon, delle semplici luci. La sua celebre frase continua a ricordarlo.

“It is what it is”.

Luce fluorescente, ecco quello che sono, ma sono da un punto di vista fisico.
Oltre a questo esser sono testimonianza dell’esistenza dello spazio, sono sculture di luce che dialogano con lo spazio, in grado di ridefinire in maniera pittorica e scultorea la realtà.

Tanto piene di luce, quanto prive di significato – a detta di molti.

L’artista stesso nega qualsiasi dimensione simbolica e sublime delle sue installazioni, continuando ad insistere che le sue opere sono disponibili in larga scala in commercio, tanto che chiunque potrebbe riprodurle.

Cardi-Gallery-4Dan Flavin, Untitled (to Helen Winkler), 1972. Cool white and warm white fluorescent light. 244 cm square across a corner – 96 1/8 in square across a corner. Edition 3 of 5. (CL no. 312). © 2018 Estate of Dan Flavin / Artists Rights Society (ARS), New York. Courtesy David Zwirner & Cardi Gallery

Ma cos’hanno di speciale?

La mostra presentata alla Galleria Cardi di Milano con ben 14 opere luminose, realizzate dalla fine degli anni ’60 agli anni ’90, in collaborazione con la Dan Flavin Estate e accompagnata da un catalogo illustrato che include un saggio dello stimato critico d’arte Germano Celant, permette agli spettatori di lasciarsi avvolgere dalla sua voluta mancanza, dalla sua aura.

Per questo motivo la mostra si presenta molto più simile ad uno stato d’animo che ad una esposizione. Tutto questo perché i neon, bianchi o molto tenui al piano terra, decisamente più colorati al primo piano, appaiono riproduzioni della realtà come la si può immaginare, e questa concezione è molto più importante dell’idea di come si potrebbe vivere questa realtà, all’interno di uno spazio che è definito dai neon prima ancora che dalle pareti.

Questa è la grande conquista dell’artista, e questa è la grande conquista della mostra: un’esperienza che fa riflettere su come, nonostante lo spazio venga modificato, esso riesca a vivere una “propria vita”, indipendentemente da quella che è la vera realtà.

 

Autore: Alessia Romano

 

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